Organizzare viaggi in Namibia

Per organizzare un viaggio di successo in  Namibia, sono necessarie molte informazioni, da quelle delle specifiche località che vi interessano, a quelle generali: Namibia quando andare? quale il periodo migliore? Namibia vaccini necessari quali? 
In questo articolo evidenziamo le varie aree dei viaggi in Namibia, che potrete effettuare con varie formule:

Noi siamo un Namibia tour operator specializzato, e proponiamo viaggi, tour e safari in Namibia in tutte queste formule, sia individuali che di gruppo, anche con guida o accompagnatore di lingua italiana.

NAMIBIA COSA VEDERE? NAMIBIA QUANDO ANDARE? 

PARCO NAZIONALE ETOSHA

Il Parco di Etosha è considerato uno dei “santuari” della fauna africana e con I suoi 22.270 kmq è una delle più grandi aree di protezione del mondo. È uno dei parchi più belli della Namibia ed inoltre la meta ideale per un bel viaggio in famiglia. In questo parco potrete avvistare gli animali simbolo del continente africano e cimentarvi in emozionanti safari fotografici.  Ma ciò che rende Etosha un parco davvero speciale ed unico nel continente è la sua gigantesca distesa di sale, l’Etosha Pan, talmente grande che si può vedere dallo spazio, e che si distingue totalmente dalla parte occidentale, quella più selvaggia, verde e collinare, regalando nel complesso un safari mai uguale a quello del giorno prima. Durante la stagione delle piogge la sua superficie si copre di pochi centimetri d’acqua divenendo il rifugio di molti acquatici. Ma l’acqua evapora rapidamente trasformando le pozze al margine del Pan in indispensabili fonti di vita nonché in incredibili punti di aggregazione della fauna per la gioia dei fotografi e dei visitatori in genere.
Nel Parco Nazionale Etosha i branchi d’animali si muovono liberamente come fanno dagli albori del mondo; vivono nel parco circa 130 specie di mammiferi tra cui i rinoceronti neri, ghepardi, impala, zebre di montagna e pianura, iene, leoni, leopardi, giraffe, elefanti, vari tipi di antilope, sciacalli, facoceri, otocioni, manguste etc. etc.; 340 specie di uccelli, sia dotati della capacità di volare, come i fenicotteri e le gru coronate, che, arrivando sull’ acqua, che riempie la depressione nella stagione delle piogge, perché attirati dalle alghe blu – verdi, sono protagonisti di uno scenario che lascerebbe tutti a bocca aperta, sia però anche un’ immensa quantità di struzzi, e troviamo anche l’otarda di Kori, il volatile più pesante al mondo. Spostandoci più nel mondo della flora, in questo parco africano, possiamo osservare varie tipologie di vegetazione: dagli arbusti nani e aridi, passare per immense praterie, per poi finire in foreste mopane. Un’esempio di quest’ultime è la Foresta Fantasma di Moringa, dove possiamo notare alberi di baobab e, secondo la leggenda dei San, quando Dio finì di distribuire gli animali e le piante in tutto il mondo, trovò degli alberi dimenticati, e, per decidere dove posizionarli, lanciò loro in aria e questi caddero, impiantando le loro radici nel territorio dell’attuale Etosha National Park. Il Parco è al suo massimo durante la stagione secca, quando grandi branchi d’animali si possono vedere in un contesto di panorami unici e più caratteristici del continente.

DESERTO DEL NAMIB – PARCO NAZIONALE DEL NAMIB NAUKLUFT

Il Namib è uno dei più antichi deserti del mondo; il suo nome significa ‘il nulla’. Si estende per 1600 Km lungo la costa e per altri 500 Km verso l’interno. In nessun altro luogo al mondo esistono paesaggi così desolati e al tempo stesso così affascinanti.
Le dune del deserto del Namib sono “scappate” in un momento di ira divina. Così vuole la leggenda. In realtà questo è uno dei punti più suggestivi della Namibia. Se la rabbia di Dio ha un colore, allora non può essere che un arancione che a tratti sconfina nel rosso, a tratti s’aggrappa al giallo. È il colore delle dune del deserto del Namib. Perché – almeno così dicono – Dio creò la Namibia in un momento di rabbia. E pur con tutta l’ira divina non si può certo dire che la Namibia e il deserto del Namib siano venuti male, e non c’è dubbio che le dune del Namib siano tra gli spettacoli naturali più insoliti al mondo. Soprattutto quando sono seminascoste dalla nebbia. Strano o no, ma qui – nel deserto del Namib –  può capitare di “navigare” nella nebbia. Di strano ci sono anche gli animali – elefanti, leoni, giraffe e rinoceronti, per esempio – non propriamente tipici di un deserto.
Fra le specie vegetali più insolite si deve citare la Welwitschia mirabilis, dotata solo di due foglie, che possono arrivare a diversi metri di lunghezza, perché crescono durante tutta la vita della pianta, che in alcuni esemplari si ritiene possa superare i 2000 anni. A causa delle loro caratteristiche uniche, le Welwitschia furono citate da Charles Darwin come “l’ornitorinco del regno vegetale”. Una zona particolarmente ricca di esemplari di questa specie è la Moon Valley, un complesso di formazioni rocciose modellate dal corso del fiume Swakop.
Tra le imponenti dune rosse del Parco Nazionale del Namib Naukluft, nel deserto del Namib, esiste una zona conosciuta come Sossusvlei, un paesaggio strano e alieno che sembra non appartenere a questo pianeta. Il paesaggio della zona di Sossusvlei è caratterizzato da dune di sabbia dai colori intensi, compresi fra il rosa e l’arancione. Tale colorazione è dovuta alla composizione ferrosa della sabbia e alla sua ossidazione; le dune più antiche sono quelle dal colore rosso più intenso. Diverse dune dell’area di Sossusvlei superano i 200 m di altezza rispetto al suolo circostante, e si classificano fra le più alte del mondo. A causa dell’eleganza e della varietà dei suoi paesaggi e dei suoi contrasti di colore, l’area di Sossusvlei è una delle icone della Namibia e uno dei luoghi più fotografati dell’Africa australe. Il tramonto sulle dune è una visione spettacolare, i colori mutevoli delle dune di sabbia creano paesaggi grandiosi, tra i più spettacolari di tutta l’Africa, talvolta addirittura unici.
Questa valle dove il fiume Tsauchab scompare tra l’argilla bianca, alla base di alcune tra le dune più alte del mondo, con un’altezza tra 550-600 metri sul livello del mare e una dell’attrazione turistiche più spettacolari della Namibia. Le dune si stendono a perdita d’occhio, e le loro ricche colorazioni variano dall’albicocca pallido e al rosso e arancio vivo. Tre dei punti più belli nella zona di Sossusvlei sono: la Hiddenvlei, la Deadvlei, cosi nominata a causa dei tronchi scheletriti di antiche acacie che si trovano a centro della piana, e Sossuvlei stessa. Durante le buone stagioni delle piogge, il fiume Tsauchab scorre sino a raggiungere la valle, andando a costituire un paradiso per gli uccelli acquatici. Anche durante la stagione secca è possibile vedere orici, antilopi saltanti e struzzi che si nutrono della sparsa vegetazione lungo i corsi d’acqua.

SESRIEM – SOSSUSVLEI

Il Namib è uno dei più antichi deserti del mondo; il suo nome significa ‘il nulla’. Si estende per 1600 Km lungo la costa e per altri 500 Km verso l’interno. In nessun altro luogo al mondo esistono paesaggi così desolati e al tempo stesso così affascinanti.

Il paesaggio della zona di Sossusvlei è caratterizzato da dune di sabbia dai colori intensi, compresi fra il rosa e l’arancione. Tale colorazione è dovuta alla composizione ferrosa della sabbia e alla sua ossidazione; le dune più antiche sono quelle dal colore rosso più intenso. Diverse dune dell’area di Sossusvlei superano i 200 m di altezza rispetto al suolo circostante, e si classificano fra le più alte del mondo. A causa dell’eleganza e della varietà dei suoi paesaggi e dei suoi contrasti di colore, l’area di Sossusvlei è una delle icone della Namibia e uno dei luoghi più fotografati dell’Africa australe.

Il Canyon Sesriem è situato a circa 4,5 km dal cancello d’ingresso principale del Parco Nazionale del Namib-Naukluft , ai margini del deserto del Namib nelle vicinanze del versante meridionale della catena dei monti Naukluft in Namibia. Compreso nel Namib-Naukluft National Park (il parco nazionale di maggiore estensione in Namibia e in Africa) nella Regione di Hardap. Il Sesriem Canyon, uno straordinario fenomeno geologico, è diventato una delle più frequentate attrazioni turistiche della Namibia per le rinomate bellezze naturali della zona,. Milioni di anni fa, il Sesriem Canyon fu scavato tra le rocce sedimentarie fino a una profondità di 30 metri per un chilometro di lunghezza dal fiume Tsauchab, che scorre impetuoso soltanto in caso di rare piogge sulle montagne Naukluft. In alcuni tratti il canyon è piuttosto stretto (fino a un minimo di 2 m); in questi punti si formano delle pozze d’acqua perenni, da cui gli animali possono bere. In afrikaans, “Sesriem” significa “sei cinghie”, e deriva dal fatto che i primi coloni dovevano usare un sistema di sei corregge per estrarre l’acqua dal fondo della gola. Appena a sud della stazione di servizio di Sesriem, un sentiero conduce al Sesriem Canyon. Una volta scesi, si può camminare agevolmente lungo il letto asciutto del fiume. Le pareti del canyon sono composte da diversi strati visibili di roccia sedimentaria di sabbia e ghiaia depositate con grotte e incredibili formazioni rocciose. Oltre a qualche specie arborea, è habitat di piccioni, corvi, storni, lucertole, coleotteri, avvoltoi, gufi reali, sciacalli. Il canyon è più spettacolare all’alba e al tramonto, quando la luce diventa soffusa scoprendo paesaggi mozzafiato.

SKELETON COAST PARK

Lo Skeleton Coast Park fu istituito nel 1973; copre un’area di circa 16.400 Km quadrati delimitata dal fiume Kunene a nord (confine con l’Angola) e dal fiume Ugab a sud; si tratta di una striscia di costa lunga circa 500 km e larga 30/40 km.
Solamente la parte sud dello Skeleton Coast Park è aperta al pubblico, cioè dal fiume Hoanib (a nord di Terrace Bay) fino al fiume Hugab, mentre la parte nord (dal fiume Hoanib al fiume Kunene)  è una concessione privata. L’attrazione maggiore dello Skeleton Coast Park è il paesaggio desolato e selvaggio, avvolto da un’atmosfera di mistero, reso ancora più suggestivo dalla presenza quasi costante della nebbia e dai numerosi relitti di imbarcazioni arenate e scheletri  di animali sulle spiagge: da qui il nome “costa degli scheletri”. La maggior parte dei relitti si trova nella zona del parco interdetta ai visitatori, comunque accessibile sorvolandola con tour aerei organizzati.
Le condizioni climatiche particolari sono dovute all’incontro della corrente fredda di Benguela, proveniente dall’Oceano Atlantico, con le calde correnti che arrivano dall’interno della Namibia. E’ cuiroso vedere l’eventuale termometro della macchina variare di oltre 10 gradi nell’arco di pochi chilometri. La grande umidità e la nebbia che si formano, danno origine ad un ecosistema unico al mondo che permette la sopravvivenza di parecchie specie animali e vegetali che abitano questo deserto. Il paesaggio è caratterizzato da un mare burrascoso ed inquieto, pescosissimo ma traditore che già in passato ingannò, con le sue secche, decine di mercantili, baleniere e pescherecci, facendoli tragicamente naufragare su questa costa ostile. I pochi superstiti dopo aver toccato terra, non sapevano che un crudele destino li stava attendendo: il deserto arido, senza acqua e senza via di scampo, non lasciava loro alcuna possibilità di sopravvivenza.
Oltre al mare, ad accrescere il fascino del parco, sono le catene di dune modellate dal vento, i colori e le forme delle rocce ed alcune varietà di piante e cespugli che crescono sui pendii delle colline, adattandosi a queste difficili condizioni ambientali. Esistono più di cento specie di licheni, organismi vegetali che attecchiscono sulle rocce e sulle distese sabbiose, che nascono dall’unione di un’alga con un fungo.
Si possono avvistare con facilità branchi di delfini e gruppi di foche che nuotano nel freddo Oceano, mentre sulla costa vivono orici, springbok, struzzi, sciacalli e iene brune. I leggendari elefanti del deserto, i rinoceronti neri, i leoni e le giraffe, errano per i secchi letti dei fiumi Hugab, Huab e Hoanib, alla ricerca di acqua e cibo ed a volte si spingono fino al mare.

SPITZKOPPE

Lo Spitzkoppe è formato da un gruppo di picchi di granito che si elevano nel deserto del Namib,  “Spitzkoppe” in tedesco significa “cupola appuntita” , ma viene chiamato anche ” il Cervino d’Africa” proprio per la sua forma simile al nostro monte. Queste formazioni granitiche furono usate, milioni di anni fa, dal popolo San, meglio conosciuti come Boscimani, i quali lasciarono traccia del loro passaggio nelle belle pitture rupestri che si sono conservate fino a oggi. Questa montagna è ancora cara ai Boscimani  e rappresenta per loro un luogo magico e incantato. Una catena fissata alla parete rocciosa, permette di raggiungere il punto chiamato “Bushman Paradise” luogo sacro per i boscimani dove si possono ammirare diverse incisioni e pitture rupestri.
Nel cuore del Namib svetta l’inconfondibile silhouette di questa montagna irreale e maestosa,  un antico vulcano spento tutelato dal Ministero del Turismo e custodito dalla comunità locale,  Le sue tre cime granitiche s’innalzano sulla piana circostante. La roccia, completamente spoglia di vegetazione, ha più di 700 milioni di anni; la vetta più alta tocca i 1784 m s.l.m., e si staglia quasi a picco per 1728 m dall’altopiano circostante: un’isola di granito che brilla di un bagliore rosa. Il poeta Gordon Howard ha così cercato di evocare la magia dello Spitzkoppe. “Grandiosi monoliti intonano la solenne sinfonia dei tempi; un’altalena di giorni e notti scheggia la pelle di granito di pendio in pendio”. Per la sua singolare bellezza il sito è stato scelto come sfondo per alcuni film

OTJIWARONGO

Otjiwarongo – che significa il luogo del bestiame grasso’ – è una tranquilla città di influenza tedesca, con numerosi negozi e altri servizi. Il primo insediamento da cui si è sviluppata Otjiwarongo fu una missione, fondata nel 1891 dai tedeschi col benestare del capo herero locale. L’interesse dei tedeschi per questo luogo aumentò quando venne realizzata la prima ferrovia a scartamento ridotto usata per portare i carichi d’oro dal triangolo d’oro verso il porto di Swakopmund. Di conseguenza, nel 1904 alla missione si aggiunse una guarnigione militare tedesca, e due anni dopo fu ufficialmente fondata la città.

La città rappresenta anche un importante nodo per la rete dei trasporti in Namibia: è un crocevia stradale fra Windhoek, Outjo, il Parco nazionale d’Etosha e il cosiddetto “triangolo d’oro” costituito da Otavi, Tsumeb e Grootfontein. A Otjiwarongo ha sede il Cheetah Conservation Fund (CCF), un’organizzazione internazionalmente riconosciuta che si dedica alla preservazione dei ghepardi, e nei pressi della città si trova anche Okonjima, sede dell’Africat Foundation. Questa città è anche sede dell’unico allevamento di coccodrilli della Namibia.

HIMBA

A differenza di quanto si creda, gli Himba non sono né antichi né tantomeno primitivi. La loro nascita risale alla seconda metà del XIX secolo. In quel periodo le tribù nama cominciarono ad attaccare sistematicamente i pastori herero che abitavano le aride steppe del Kaokoland. Per sfuggire a queste razzie, un gruppo di Herero fu costretto ad attraversare il fiume Kunene e riparare in Angola, chiedendo cibo e pascoli alla tribù boscimane degli Ngambwe e guadagnandosi così il nome di ovaHimba, «il popolo che mendica». Solo nel 1920, sotto la guida di un capo chiamato Vita («Guerra»), gli Himba riuscirono a riattraversare il Kunene e tornare ai loro pascoli. Nei decenni passati in esilio, il loro destino si era definitivamente separato da quello degli altri Herero, i quali erano entrati in contatto con i colonizzatori tedeschi che ne avevano mutuato alcune usanze.
Grazie ai pochi rapporti con gli europei, gli Himba hanno mantenuto gran parte del loro stile di vita tradizionale. I villaggi Himba sono costituiti da capanne di forma conica, realizzate con frasche legate insieme con foglie di palma e cementate con fango e sterco. Sono pastori nomadi; non raramente, una famiglia si sposta due o tre volte in un anno.
le donne Himba sono di una bellezza scultorea, hanno un portamento elegante e un atteggiamento fiero, quasi austero. Indossano pochi capi di vestiario, un semplice gonnellino di pelle di capra, e lasciano i seni scoperti; camminano scalze o, al più, indossano sandali di cuoio. A corredo del semplice vestiario, una moltitudine di monili piuttosto grandi ed ingombranti, di cuoio, ferro o rame, decorati con frammenti di osso e perline colorate. Quando una donna Himba partorisce il primo figlio, la madre le regala una collana costituita da una grossa conchiglia, simbolo di fertilità, che deve essere portata nell’incavo tra i seni. A quel punto le loro acconciature cambiano, avendo un significato simbolico: da bimbe i loro capelli sono raccolti in due grosse trecce che cadono in avanti ai lati del viso, in età fertile le treccine diventano tantissime e strette; infine da sposate usano per ornamento una crocchia di pelle di capra, che ferma una parte dei capelli sopra la testa. Gli uomini, che si occupano delle mandrie, da sposati usano indossare un piccolo copricapo scuro (lo tolgono solo per dormire o in caso di lutto), mentre gli scapoli ed i bimbi vengono rasati quasi completamentea zero tranne per il cosiddetto “codino dello scapolo”.
Le capanne di un villaggio himba sono disposte intorno ad un recinto centrale; in questo recinto, chiamato kraal, viene custodito il bestiame della tribù. Sempre al cento del villaggio arde il fuoco sacro, l’okuruwo, ed è presente la capanna principale dove vive il capo villaggio. Anche in questo caso emerge la matrice matriarcale della cultura e della società himba: è consuetudine, infatti, che sia la donna più anziana del villaggio a curare ininterrottamente il fuoco sacro, perché in esso si ritiene che viva e sia rappresentato lo spirito protettivo degli antenati degli abitanti del villaggio, che funge da intermediario presso il dio himba Mukuru.
Dal punto di vista religioso, anche se la Namibia è quasi totalmente cristianizzata per lo più secondo il rito luterano, in molti villaggi Himba si pratica la religione animista.

WINDHOEK

La città di Windhoek è tradizionalmente conosciuta con due nomi: Ai-Gams per i Nama (il nome fa riferimento alle sorgenti calde che un tempo facevano parte della città) e Otjomuise (che significa “posto del vapore”) per gli Herero. I primi insediamenti a Windhoek si devono all’acqua delle sue sorgenti calde. A metà dell’800 il Capitano Jan Jonker Afrikaner si insediò vicino a una delle principali sorgenti calde. Windhoek, città dai molti volti è pulsante di vita, opportunità e promesse di avventure, una città multiculturale, caratterizzata dalla tranquilla coesistenza e ampio spazio vitale per la sua gente. Una città moderna, decisamente pulita ed ordinata con molti giardini ed aree verdi e la sua architettura marcatamente europea è in netto contrasto con il selvaggio ambiente africano circostante. Il fascino della città di Windhoek sta nel suo armonioso mix di culture africane ed europee e la cordialità della sua gente, è una piccola città ricca di curiosi contrasti architettonici: una fusione di moderni palazzi, storici edifici di architettura tedesca dell’inizio del ‘900 e vivaci mercatini locali africani, incastonata in una valle a 1650 metri tra le montagne Eros e Auas.  La città è una bomboniera che racchiude strutture color pastello di delicata bellezza, in stile coloniale circondate da giardini e lussureggianti parchi. Visitando la capitale ci si accorge subito che non ci si trova in una delle grandi città africane sovrappopolate, ma che tira piuttosto aria di europa continentale. Il panorama urbano reca infatti le tracce del passato coloniale, in particolare del periodo di fine XIX° secolo quando i coloni tedeschi si recarono qui attratti dalle ricche risorse naturali del paese e l’intera regione divenne parte dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest.
Molti interessanti edifici e monumenti sono stati conservati quale testimonianza della storia. Alcuni sono rappresentativi del periodo coloniale, mentre altri testimoniano la conquistata indipendenza della Namibia. L’edificio più caratteristico e storico di Windhoek è la chiesa luterana Christuskirche. Progettata da Gottlieb Redecker all’inizio del XX secolo, questa chiesa presenta una inedita ibridazione fra il neogotico e l’art nouveau. I muri sono stati realizzati con una qualità di pietra saponaria tipica della zona. L’altare è decorato con una Resurrezione di Lazzaro copia di un celebre lavoro di Rubens. Alte Feste, il più antico edificio sopravvissuto di Windhoek, risale al 1890-92, e in origine serviva come sede della Schutztruppe; oggi ospita la sezione storica del Museo Nazionale della Namibia, che contiene cimeli e le foto del periodo coloniale e manufatti indigeni.
Oggi Windhoek è una città tranquilla e ordinata, ancorché vivace e cosmopolita. Ospita splendidi giardini botanici e diversi monumenti storici come chiese, fortezze militari e interessanti musei. L’edificio più caratteristico è indubbiamente la chiesa luterana di Christuskirche, dove si incontrano due stili differenti: il neogotico e l’art nouveau.

SWAKOPMUND e WALVIS BAY

Caratterizzata da un’atmosfera coloniale prettamente tedesca, la città sorge sulla costa atlantica, in corrispondenza della foce a delta del fiume Swakop, da cui prende il nome (“Swakopmund”, in tedesco, significa “foce dello Swakop”). Circondata dal deserto del Namib e dall’oceano, Swakopmund ha un clima temperato, con temperature medie comprese fra 15 °C e 25 °C e meno di 15 mm di pioggia all’anno. Alla scarsità di precipitazioni supplisce la fredda corrente oceanica del Benguela, che trasporta nell’area umidità in forma di nebbie mattutine.
Definita luogo incantato o quanto meno singolare, Swakopmund è una città della Baviera trapiantata in un deserto africano. Architetti tedeschi degli inizi ‘900 fecero a gara per ricreare atmosfere di una città della madrepatria secondo i dettami dello Jugendstil allora imperante. Una visita a Swakopmund è ampiamente giustificata anche soltanto dalle sue architetture. Il principale centro sulla costa, è una cittadina in espansione rinserrata fra il deserto e l’oceano. Dietro, la sabbia di continuo l’assedia, mentre davanti impera l’oceano scuro e sconfinato. La corrente del Benguela proveniente dal Polo Sud, rende le acque fredde, buone per la pesca e le ostriche, e a volte copre il paesaggio di nebbiolina azzurra. La cittadina confortevole, ricca di negozietti caratteristici, ristorantini, mercatini e ospitalità, offre anche diverse attività turistiche, come un giro mozzafiato sul quad nelle dune del deserto, con là in fondo il riverbero dell’oceano, o un’escursione avventurosa e sognante nella Valle della Luna. O il museo delle pietre, in centro. Imperdibili poi, la crociera a Walwis Bay e l’emozione del Sandwich Harbor, in jeep fra dune spettacolari, per un’attraversata wild davvero indimenticabile.
Entrare in Swakopmund dà una strana sensazione, soprattutto fuori stagione turistica, quando la città, inserita tra le onde fragorose dell’Atlantico e il deserto del Namib, appare come un surreale residuo coloniale e trasmette una strana sensazione di calma e tranquillità atavica. La gente di Swakopmund è formata da un mix eccentrico di residenti tedesco-namibiani e turisti tedeschi provenienti dall’estero, che si sentono a casa,  per il modo tipicamente tedesco di comfort e ospitalità. Con le sue passeggiate al mare, case a graticcio e gli edifici di epoca coloniale, sembra che solo la sabbia trasportata dal vento e le palme distinguono Swakopmund dai centri di villeggiatura lungo le coste del Mare del Nord e del Mar Baltico della Germania.
Swakopmund ospita alcuni dei più importanti esempi di architettura coloniale tedesca. Fra i monumenti di particolare interesse si possono citare la prigione di Altes Gefängnis, progettata da Heinrich Bause nel 1909, e la Wörmannhaus del 1906, oggi sede della biblioteca pubblica. Altri luoghi di interesse culturale includono il museo sui trasporti e l’acquario nazionale (National Marine Aquarium).
Negli immediati dintorni si trovano diversi luoghi di interesse naturalistico, fra i quali spiccano le dune di sabbia vicino a Langstrand, a sud dello Swakop. Sono mete turistiche anche un ranch in cui si allevano cammelli (aperto al pubblico) e la “Martin Luther”, una locomotiva a vapore del 1896 abbandonata in mezzo al deserto, attualmente restaurata e ricoverata nel locale museo.
La collocazione ideale della baia come punto d’approdo intermedio sulla via per il Capo di Buona Speranza, e la presenza del frangiflutti naturale costituito dalla lingua di terra chiamata Pelican Point fece sì che qui sorgessero numerosi insediamenti europei e giustifica la tormentata storia della baia, da sempre al centro di contese internazionali.
Da Windhoek, la catena montuosa Khomas Hochland si estende ad ovest in modo da formare una zona panoramica di transizione tra l’altopiano centrale e le pianure del Namib. Sulla strada per Swakopmund e Walvis Bay, il panorama offre uno spledido scenario che rende il viaggio davvero piacevole, anche se il vero punto forte vi aspetta sulla costa. Proprio come la strada inizia a scendere a livello delle pianure, la vista è sollecitata dall’intenso arancione delle dune che appaiono sulla sinistra, mentre il naso cattura prima la brezza salata del mare che si estende davanti.
Walvis Bay è il maggiore porto della Namibia per l’importazione dei prodotti industriali e l’esportazione di rame, piombo ed uranio, ma soprattutto per la pesca oceanica. La città è famosa anche per l’estrazione del salgemma che soddisfa quasi tutto il fabbisogno sudafricano e per la raccolta di guano prodotto dalla nidificazione di migliaia di uccelli marini sull’ isolotto artificiale eretto al largo della costa, e che viene impiegato nella fabbricazione di fertilizzanti. La collocazione ideale della baia come punto d’approdo intermedio sulla via per il Capo di Buona Speranza, e la presenza del frangiflutti naturale costituito dalla lingua di terra chiamata Pelican Point fece sì che qui sorgessero numerosi insediamenti europei e giustifica la tormentata storia della baia, da sempre al centro di contese internazionali.

WATERBERG PLATEAU PARK

Sessanta chilometri ad est di Otjiwarongo  e 250 a nordest di Windhoek sorge l’altipiano del Waterberg. Esso è chiaramente visibile già da alcune decine di chilometri di distanza e la sua sagoma di arenaria rossa si innalza dalla pianura circostante estendendosi per 50 chilometri di lunghezza e 15 di larghezza; l’altezza della parete rocciosa è di circa 200 metri. Quest’area di 400 chilometri quadrati divenne parco nel 1972, con l’intento di salvaguardare alcune specie animali a rischio come l’antilope nera della sabbia, l’antilope roana e l’antilope Tsessebe.
Vivono ora nel parco 25 diverse specie di mammiferi tra cui leopardi, ghepardi, bufali e rinoceronti ed oltre 200 diverse specie di uccelli tra cui l’unica colonia di avvoltoi del Capo presente in Namibia.
Ai piedi dell’altopiano si estende la savana di acacie, mentre salendo verso la cima, la vegetazione diventa sempre più rigogliosa fino a trasformarsi in una lussureggiante foresta ricca di sorgenti d’acqua; sulla vetta si possono vedere delle impronte di dinosauro.

FISH RIVER CANYON

Il Fish River Canyon è una delle più grandi meraviglie naturali dell’Africa. La formazione del canyon viene fatta risalire a circa 500 milioni di anni fa, epoca in cui questa parte d’Africa era soggetta a piogge molto abbondanti; l’erosione provocata dal fiume unita ai movimenti tettonici della crosta terrestre che causarono lo sprofondamento della valle in cui scorreva il Fish River hanno provocato la formazione di questo magnifico canyon che, con la sua profondità di circa 550 metri, la larghezza massima di 27km e la lunghezza di 161 km è per dimensioni il secondo della Terra dopo il Grand Canyon statunitense. Proprio come il suo fratello maggiore, il Fish River Canyon è insieme un museo archeologico all’aperto e uno straordinario terreno di avventura. Per quanto isolato e selvaggio, il canyon percorso dal Fish River è stato conosciuto dall’uomo fin da tempi molto lontani. Secondo i San, uno dei primitivi popoli del deserto, il canyon fu creato dal serpente Koutelga Kooru, che si ritirò qui in una profonda tana per sfuggire ai cacciatori che lo inseguivano.
Il più forte motivo di interesse del sentiero sono le forme bizzarre delle rocce e la straordinaria imponenza delle muraglie che chiudono i fianchi del canyon, nelle quali si alternano arenaria, calcare, scisti e granito; inconsueta ed emozionante è anche la vicinanza del fiume, il più lungo della Namibia e uno dei pochissimi in grado di ospitare pesci. Ricchissima la fauna della zona: zebra di montagna, numerosi babbuini ed in casi eccezionali si lascia avvistare anche il signore della savana, il leopardo. Facili da osservare dal fondo del canyon sono gli avvoltoi e le aquile. Numerosi anche i rettili tra i quali i temibili cobra: il Cobra del Capo e il Cobra nero spruzzatore. Interessante anche la flora con esemplari della velenosissima Euphorbia e parecchie varietà di Aloe una delle quali è Albero nazionale: l’Aloe dichotoma, detta kokerboom (“albero faretra”) perché i San svuotano i rami della pianta per farne contenitori per le loro frecce.

ORANGE RIVER

La sorgente dell’Orange si trova nelle montagne Drakensberg al confine fra il Sudafrica e Lesotho, a 193 km dall’Oceano Indiano e oltre 3000 m d’altitudine. Sono ignoti i nomi degli Europei i quali giunsero per primi alle sponde dell’Orange, nel suo tratto più vicino al mare. In seguito alle prime incursioni nel Piccolo Namaqualand (1685, 1704, 1705) e alla scoperta di giacimenti di rame, esploratori e cacciatori movendo all’intorno portarono notizia del grande fiume settentrionale. Soltanto nel 1761, a riconoscerlo, venne inviata dal governo olandese del Capo una spedizione comandata dal capitano E. Hop, che peraltro si limitò ad attraversare il fiume e a seguirlo per breve tratto. Esso era indicato dagli Ottentotti col nome di Garib (grande acqua), dagli Europei con quello corrispondente di Groote-Rivier (grande fiume).

Del corso medio-superiore ebbe prima notizia da indigeni il naturalista svedese Andrea Sparrman, durante la sua esplorazione degli Sneeuw Bergen (1776). Sulle sue indicazioni R. J. Gordon raggiungeva il “grande fiume” e gli dava l’odierno nome in onore del principe di Orange (1777). La foce fu esplorata nel 1779 dal Gordon stesso e da W. Paterson. Altre esplorazioni del basso corso furono fatte dal naturalista Fr. Le Vaillant (1781-1785).

Il maggiore corso d’acqua dell’Africa australe; si svolge con larghe divagazioni in direzione da E. a O. attraversando quasi tutta la fascia del continente compresa fra i paralleli 28° e 31° Sud. ll bacino è anche molto esteso, ma di difficile determinazione nei suoi limiti, poiché vi si possono aggregare vaste superficie aride o semiaride, prive in realtà di scolo superficiale. Comunque, l’estensione media supera 1 milione di kmq. Il ramo sorgentizio principale, il Senku, ha origine a oltre 3000 m. s. m. nel fianco meridionale del Mont-aux-Sources. Corre quindi a sud-ovest, ricevendo da sinistra i primi affluenti dai M. dei Draghi e da destra quelli minori dei M. Maluti; poi volge a O. ed entra nella grande piattaforma, essendo sceso a 1600 m. s. m. in poco più di 300 km. di corso. Circa 70 km.

più a valle l’Orange è raggiunto dal primo dei grandi affluenti di destra, il Caledon, pur esso originato dal Mont-aux-Sources (ma sul versante occidentale) e ricco di acque perenni. Dopo altri 350 km. di corso, prima verso SO. poi con un brusco gomito a NO., l’Orange riceve l’altro ancor maggiore affluente, il Vaal, sceso dai M. dei Draghi settentrionali e lungo a sua volta circa 1200 km. Negli ultimi 800 km del suo corso riceve numerosi altri affluenti, (quasi tutti dalla scarsa portata e secchi nelle stagioni calde). Dopo la confluenza del Hartebeeste il paese intorno tende a rialzarsi e il fiume deve farsi strada con successivi gradini sul livello del mare, dando luogo anche alle “cento cascate” dell’Augrabies Falls National Park., con un dislivello di 120 m. in 25 km.

DAMARALAND

La regione del Damaraland si trova nel nord-ovest della Namibia e la cittadina di Khorixas ne è la capitale. Visitando il Damaraland si rimane incantati dall’insolito paesaggio, struggente e desolato. Le piste polverose e deserte si snodano attraverso le montagne tra picchi rocciosi, guglie e grossi monoliti per poi digradare dolcemente verso il mare, verso la Costa degli scheletri. Il senso della solitudine e le emozioni che suscitano questi drammatici scenari sono indimenticabili ed i tramonti infuocati tra i grossi roccioni di arenaria rossa rimangono indelebili nelle menti dei visitatori. Il cuore del Damaraland è il sito di pitture ed incisioni rupestri di Twyfelfontain, uno dei più grandi ed interessanti musei a cielo aperto del mondo. Alcune incisioni risalgono a cinquemila anni fa e sono frutto del lavoro pazienti di primitivi artisti boscimani. Si possono trovare sul posto utensili primitivi, utilizzati per la realizzazione di questi capolavori, oltre a focolari, pietre focaie e numerose altre testimonianze del passato.
Un’altra attrattiva importante è la “Foresta Pietrificata”, dichiarata monumento nazionale negli anni ’50, numerosi tronchi di alberi fossilizzati, molto ben conservati e di notevoli dimensioni, tali da far definire la zona una foresta. L’età di questi tronchi pietrificati è stimata intorno ai trecento milioni di anni. Si ritiene siano stati trasportati qui nel corso dei millenni, da fiumi o da grandi alluvioni.
Sempre nel Damaraland, interessante ed insolita è la “Montagna bruciata”. Si ritiene che questa collina nera e carbonizzata abbia avuto origine più di cento milioni di anni fa. E’ il risultato di una reazione chimica prodotta dall’incontro tra l’incandescente magma vulcanico e la terra argillosa.

EPUPA FALLS

La vista delle Epupa Falls, note anche come Monte Negro Falls, riempie il cuore di meraviglia: una splendida oasi verde in mezzo al nulla dopo tanto territorio desertico, siamo nel Kaokoland, terra misteriosa dove il tempo sembra essersi fermato. Seppure di piccole dimensioni le cascate hanno un indubbio fascino, avvantaggiate senz’altro dal netto contrasto che creano con il paesaggio circostante. La natura incontaminata è stata preservata grazie al difficile accesso alla cascata. A contorno delle cascate una vegetazione lussureggiante e le verdi acque del fiume Kunene che scorre che  spiccano tra le rocce granitiche rosse e nere, punteggiate da enormi baobab, palme e cespugli, dove il fiume si apre a ventaglio e l’acqua si getta in una voragine di 70 metri formando decine di cascate che si raccolgono in una stretta gola. La cascata più larga cade in una stretta gola a forma di ferro di cavallo che, vista dall’alto, provoca una serie impressionante di gorghi concentrici.

KAOKOLAND

Il Kaokoland è una delle zone più incontaminate dell’Africa meridionale. Conta circa 16.000 abitanti (5.000 dei quali di etnia Himba) e ha una densità di popolazione che è un quarto della media nazionale della Namibia, che è già di suo tra le più basse al mondo. Meta di diversi itinerari turistici per osservare la fauna selvatica, il Kaokoland è visitato soprattutto per la popolazione di elefanti che si sono adattati a sopravvivere nel deserto comportandosi in modo particolarmente rispettoso dell’ambiente.

Caratterizzati da zampe particolarmente grandi, gli elefanti con habitat nella steppa arida del Kaokoland hanno sviluppato l’estrema capacità di resistere a periodi di siccità trovando sostentamento tra le scarse risorse disponibili. Branchi di elefanti si aggirano ogni giorno per centinaia di chilometri alla ricerca di vegetali e di pozze d’acqua residua negli alvei asciutti dei fiumi che, nei periodi di siccità, riescono a scavare nel sottosuolo. Altri animali selvatici liberi nella natura incontaminata sono i rinoceronti neri (reintrodotti dopo l’estinzione), giraffe, zebre di montagna, orici, kudu, springbok, struzzi.

TWYFELFONTEIN

Il sito di Twyfelfontein è dichiarato patrimonio mondiale dell’UNESCO; centinaia di incisioni sono disseminate sulle rocce dei dintorni. Che Twyfelfontein sia stato un luogo frequentato dall’uomo da tempi immemorabili è dimostrato non solo dalle incisioni rupestri che decorano le pareti di roccia circostanti ma anche da un pianoro/terrazza alto sopra la sorgente, delle dimensioni di 50×100 metri, dove sono stati rinvenuti dei cerchi di pietra che dovrebbero indicare i basamenti di capanne. Il luogo, relativamente sicuro, offriva agli antichi cacciatori-raccoglitori una eccellente visuale della piana sottostante e da lì si poteva controllare la selvaggina che si avvicinava per l’abbeverata. Le rocce di Twyfelfontein sono antichissime, stimate intorno ai 550 milioni di anni, e sono il frutto dei sommovimenti tellurici che hanno modificato la forma originale di Pangea, il continente primigenio prima della deriva dei continenti. E’ stato lo scopritore del Brandberg, il topografo Reinhart Maack, ad annotare sui suoi taccuini nel 1921, durante una campagna di rilevazione del Damaraland, dell’esistenza nella regione di incisioni rupestri, ma fu solo dopo la seconda guerra mondiale che esse sono venute alla luce e sono state rilevate sistematicamente a partire dal 1950 grazie al diligente lavoro del Dr. Ernst Rudolph Scherz, che aveva iniziato anni prima un sistematico rilevamento dell’arte rupestre namibiana.
In tutto si tratta di 2.500 incisioni rilevate su circa 200 lastre di arenarie, oltre ad un certo numero di pitture rupestri distribuite in vari anfratti della montagna. Si possono ammirare leoni, elefanti, rinoceronti, zebre, antilopi, giraffe e struzzi ripresi in forme assai schematiche ma con precisione di dettagli. Su quella che Scherz ha chiamato la “Roccia Cerimoniale”, in ragione del gran numero di animali e di altri simboli trovati, oltre alle belve sono anche raffigurate le impronte che esse lasciano sul terreno a dimostrazione che gli antichi abitanti del luogo erano molto attenti ai particolari del loro mondo e habitat.
Le pitture di Twyfelfontein sono assai simili per figurazionie contenuto a quelle rinvenute nel Brandberg e quelle delle montagne di Orongo, che sono assai meno note delle prime. Le pitture si distinuono dalle incisioni per i soggetti raffigurati, mentre nelle incisioni sono prevalenti le figure zoomorfe, nelle pitture prevalgono invece quelle antropomorfe: donne, cacciatori e bambini raffigurati nelle loro attività quotidiane. E’ convinzione comune che le incisioni rupestri siano più antiche delle pitture.

MASSICCIO DEL BRANDBERG

Il Massiccio Brandberg è il più alto rilievo della Namibia; il punto più alto si chiama Königstein (2573 m) che in tedesco significa “la pietra del re”. È di forma pressappoco circolare, con un diametro variabile fra 20 e 25 km. Il nome Brandberg in Tedesco e Afrikaans significa “montagna di fuoco” e fu dato al massiccio a causa del brillante aspetto color ruggine che esso assume al tramonto del sole. I Damara lo chiamano Daures che significa “la montagna che brucia” mentre per gli Herero è Omukuruvaro, cioè “la montagna degli dei”.
Geologicamente il Brandberg è un’intrusione granitica che dà luogo ad un rilievo a forma di cupola. La regione del Damaraland è costellata di montagne erose, colline e alture costituite da rocce granitiche. Queste strutture granitiche erano antiche camere magmatiche formatesi milioni di anni fa quando l’attività vulcanica sotterranea era piuttosto comune nella parte più meridionale dell’Africa. Nel corso dei millenni i depositi magmatici si sono raffreddati e sono stati esposti dalle forze di erosione. Tuttavia il Bradberg non è di per sé un vulcano, ma è piuttosto assimilabile ad un enorme monolite, in quanto si tratta di un unico blocco di granito spinto verso la superficie dalla pressione del sottostante vulcano in un’era databile a circa 120 milioni di anni fa.
La zona del Brandberg è sede di alcuni importanti siti archeologici in cui sono stati rinvenuti graffiti databili a oltre 2000 anni fa, opera del popolo San. Il Brandberg è sempre stato un centro di grande importanza spirituale per i Boscimani che tra le sue pareti rocciose e nelle grotte o ripari naturali hanno realizzato circa 45.000 graffiti e pitture rupestri. Soggetto delle rappresentazioni sono in genere le scene di caccia, con gli animali presenti nella regione e i guerrieri con archi e frecce. il sito più famoso è la cosiddetta pittura rupestre della Dama Bianca; fu scoperta nel 1917 da Reinhard Maack, che fu il primo europeo a scalare il Königstein. Ha interpretato la figura del dipinto alto 45 cm, come un guerriero. Anni dopo, nel 1955, il sacerdote francese Henri Breuil interpretò il dipinto come una dama bianca, dopo aver confrontato la figura con una raffigurazione greca a Creta. Sebbene gli scienziati oggi siano convinti che il dipinto raffiguri un guerriero o uno sciamano dei San, il nome “Dama Bianca” è rimasto.

QUIVER TREE FOREST

La QuiverTree Forest (in inglese “foresta degli alberi faretra”; Köcherbaumwald in afrikaans) è una nota attrazione turistica nel sud della Namibia, il sito è stato dichiarato monumento nazionale della Namibia il 1º giugno 1995. Si trova 14 km a nord della città di Keetmanshoop, sulla strada che conduce a Koes, nel terreno della fattoria di Gariganus. È costituita da circa 250 esemplari di Aloe dichotoma, una pianta succulenta chiamata volgarmente “albero faretra” (kokerboom in afrikaans) perché i suoi rami sono usati tradizionalmente dai Boscimani per costruire faretre. La foresta è di origine naturale; le piante più alte della foresta hanno 2-3 secoli di età. Dal punto di vista morfologico l’Aloe dichotoma è una pianta molto particolare. Pur essendo volgarmente definita albero, perché oggettivamente ciò è quello che sembra, essa non presenta in realtà una struttura biologica che possa definirsi vero e proprio legno. Il suo “tronco”, o per meglio dire gambo, perché questo è ciò di cui in realtà si tratta, è un singolo ammasso di fibre spugnose, ricoperto da una sottile corteccia che col crescere della pianta di ricopre di crepe simili a scaglie, dal bordo affilato e quasi tagliente. Il nome di albero faretra deriva, in effetti, da una pratica dei boscimani, che per fabbricarsi un contenitore per le loro frecce avvelenate, sono soliti tagliare un ramo dell’arbusto, svuotarlo ed applicare una striscia di cuoio nella parte inferiore, ottenendo così un perfetto contenitore oblungo da portare in spalla quando si va a caccia o a far la guerra con le altre tribù. Ma i suoi usi non finiscono qui. La polpa porosa che costituisce il corpo della pianta, infatti, lascia passare l’aria, ed ha caratteristiche di isolamento termico particolarmente efficaci. Proprio per questo, esisteva l’usanza di ricavare una nicchia nel tronco degli alberi, all’interno della quale veniva posto il cibo da conservare più a lungo, come in una sorta di frigorifero naturale.
Nei pressi della foresta si trova un altro sito di interesse geologico e turistico, il Giant’s Playground (“campo giochi dei giganti”), un cumulo di enormi macigni di dolerite che sembrano essere messe lì da giganti

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