Viaggi in Eritrea, organizzati da chi chiama l’Eritrea casa, perchè qui è nato e organizza i viaggi da 30 anni,  il vero tour operator specializzato nell’Eritrea.

Il clima incantevole, tre stagioni in 2400mt, l’arcipelago “Dahlak” un ecosistema unico e incontaminato, l’eredità architettonica del periodo coloniale che ha premiato la città di Asmara come “Patrimonio Unesco“, e una popolazione straordinaria fanno di questo paese una meta ineguagliabile.;

LE NOSTRE PROPOSTE PER VIAGGIARE IN ERITREA

Nessuna vostra richiesta per un viaggio in Eritrea, per quanto possa essere particolare, rimarrà senza una risposta!

  • Viaggi di gruppo con partenze predefinite, itinerari sperimentati e vari, che coprono tutto il paese;
  • Tour individuali in Eritrea, per singoli, piccoli gruppi, occasioni speciali: accontentiamo ogni vostro interesse per l’Eritrea;
  • Crociere alle isole Dahlak, escursioni giornaliere, escursioni per diving nel mar rosso eritreo;
  • Viaggi in Eritrea accompagnati da specialisti dell’Eritrea e dell’Arcipelago Dahlak;

ERITREA

Nove gruppi etnici in una sola nazione rappresentano una complessità di tradizioni e culture invidiabile.

Un viaggio in Eritrea è un viaggio nel tempo. Un percorso a ritroso che porta a vivere sensazioni ormai sopite ed emozioni che difficilmente si provano in altri luoghi del mondo. Volete rivivere uno spaccato di Italia degli anni ’30, ’40, ’50 e ’60?  Respirare l’atmosfera di un piccolo bar italiano dove è rimasta inalterata la partita a boccette alla sera o il rito del caffè e del cappuccino al mattino?  Passeggiare per le vie della città ed imbattersi nel cinema Roma o nel cinema Impero e respirare l’aria frizzante a questa altitudine. La sensazione che si prova passeggiando per la città è quella di essere comparse in un film di metà secolo scorso con la differenza che quelle nelle quali ci muoviamo non sono ambientazioni ricostruite a regola d’arte ma è tutto straordinariamente vero e palpabile. Viaggiare sul famoso treno costruito dagli italiani all’inizio del ‘900 seduti nelle sue carrozze originali per raggiungere le affascinanti stazioni con i tetti spioventi. Proseguire il viaggio nel tempo visitando la cittadina di Keren e i suoi mercati per poi rientrare nuovamente ad Asmara prima di tuffarsi a capofitto giù verso il bassopiano fino a raggiungere le coste del Mar Rosso e trascorrere qualche giorno nella mitica cittadina di Massawa, martoriata dalla guerra ma che conserva inalterato il fascino delle architetture italiane e ottomane ormai scomparse da altre parti.  In questa terra il concetto del tempo non esiste, al mattino sorge il sole che cala la sera. Nel mezzo c’è un’altra giornata. Stiamo parlando di luoghi unici e incomparabili che devono essere visitati una volta nella vita per poterli ricordare e raccontare.

Chi è stato in Eritrea non dimenticherà mai questo paese e la sua gente.

KEREN

La multietnica Keren dalla languida atmosfera, vanta un seducente amalgama di elementi architettonici: moschee, chiese ed edifici coloniali Keren era, nella guida del Pollera del 1936, “la più ridente e graziosa cittadina della Colonia, in una bella conca di monti, centro turistico di primo ordine”. A Keren (toponimo che significa “monte”), lungo la strada che conduce all’ospedale, gli edifici sono, uno dietro l’altro, del più puro e piuttosto ben conservato, in stile liberty italiano. E’ una bianca cittadina-giardino dalle villette adorne di fiori e piante rigogliose.

La città di Keren col suo sparso abitato aggrappato ai fianchi della montagna, si offre a quanti sono in grado di apprezzare uno spicchio d’Africa ancora autentico e quella sua atmosfera riservata e nostalgica la rende affascinante. Keren storicamente conosciuta come Sanhit, è la seconda città più grande dell’Eritrea, situata a nord-ovest di Asmara, e con una popolazione di circa 120.000 abitanti. E’ il luogo d’incontro e di incroci di molte lingue, gruppi etnici e religioni. Gli abiti della gente, i caftani e i turbanti, sono chiaro indice però dell’appartenenza della città al mondo arabo. La città ha sempre attratto gli stranieri per il suo gradevole clima e la fertilità delle sue terre.

Il richiamo più vivo e colorito di Keren è il suo mercato, fulcro di vita operosa e punto d’incontro di tutte le tribù del vasto circondario. Qui si ha una buona idea di quale sia il mosaico etnico dell’Eritrea. Vicino al mercato coperto, le botteghe degli orefici più antichi del paese, artigiani raffinatissimi nella filigrana, arte antica tramandata da padre a figlio.

Attraverso il mercato coperto degli alimenti, le vie dei sarti, le vie degli argentieri e il mercato dedicato alle donne (oggetti per la casa e cosmetici) si raggiunge il letto del fiume, dove si tiene il mercato di legna e carbone.

La città è dominata dal “Forte Tigu”, il forte turco-egiziano ai piedi del quale stava il palazzo imperiale distrutto nel 1977. Sull’altura di fronte troneggia il baobab di Mariam Daarit, che nel cavo del suo tronco ospita la cappella dedicata alla Madonna, realizzata nel 1825. Merita sicuramente una visita il Santuario di Mariam Daarit, dove è venerata una Madonna nera e considerata da tutti la regina e protettrice del paese. La “Madonna del Baobab” è molto venerata anche dai mussulmani e spesso vi si svolgono pellegrinaggi ecumenici e interreligiosi; i pellegrini che ogni anno raggiungono tale santuario sono circa quarantamila. Il santuario è curato dai monaci cistercensi che qui risiedono dal 1960. Ci sono diverse versioni e leggende a proposito dell’origine di questo Santuario.

Da visitare anche i cimiteri militari: quello italiano e quello britannico. Quello italiano delle vittime della battaglia di keren, detto degli “Eroi”, conserva le tombe, simmetricamente disposte, dei soldati italiani. Dall’altro lato, un’altrettanto simmetrico susseguirsi di tombe degli Ascari, gli indigeni eritrei che combattevano a fianco delle truppe italiane. In fondo, vicino alla cappella, il cippo tombale del Generale Lorenzini, che ha voluto essere sepolto accanto ai suoi soldati. Tutto il giardino è splendido e curatissimo. Dalla’altra parte della città, il cimitero di guerra britannico ospita 440 tombe dei soldati del Generale Platt morti durante la stessa tremenda battaglia.

ZONA ARCHEOLOGICA DI KOHAITO

Basata sui diversi nomi nella zona che sono legati agli elefanti, Kohaito, l’antica città giardino, si ritiene essere stato un centro di commercio dell’avorio e una area agricola per via dei molti resti di pietre per la macinazione. All’inizio vi erano solo 46 siti individuati, ma ora il numero è salito a 900. Sebbene dettagliate ricerche scientifiche debbano ancora essere completate, la civiltà di Kohaito è durata circa 1.000 anni ed è antecedente alla civiltà Axumita. La posizione, strategicamente importante, di Kohaito ha fatto sì che questa zona servisse da “ponte” tra Adulis e altre civiltà, come Metera, Keskese e Belew-Kelew. Kohaito, come Metara e Adulis, scomparve dalle cronache intorno alla fine del VI secolo, per duecento anni. Cosa sia avvenuto è ignoto. L’esplorazione archeologica di kohaito ebbe inizio nel 1841 ad opera di una spedizione francese.

L’area delle rovine di Kohaito è larga 2500 metri e si estende per 15 km di lunghezza. Sul bordo di una scarpata c’è una tomba misteriosa, “la tomba egiziana”, nella quale si dice che siano stati trovati, nel 1894, al momento della sua prima apertura, 70 corpi mummificati avvolti in pelle. Ma questa è forse una favola tramandata di generazione in generazione. Una croce copta è incisa nelle pareti e molti reperti certi sono conservati a Berlino. Nda Mariam Wakiro: la leggenda la identifica come “casa della regina di Saba”, della quale rimangono in piedi solo quattro suggestive colonne. Intorno vi sono le tracce di almeno sei altri tempi, probabilmente precristiani.

Particolarmente interessante la diga chiamata Safira a Kohaito, vecchia di 2500 anni, la cui costruzione è attribuita al VI° secolo a.C. Lo stile e la solidità della diga mostra quanto la popolazione possedesse una tecnologia avanzata di costruzione. Secondo la leggenda, la regina di Saba si è dissetata con le acque di questa diga.

Un altro luogo storicamente importante è Keskese, situato in una zona di 11 chilometri quadrati a 125 chilometri da Asmara, vicino Senafe. Tra i molti resti nel posto, di grande interesse sono alcune stele cadute, (10 metri di lunghezza), cinque pilastri di pietra che riportano scritte Sabee, resti di grandi e piccoli muri, e cimiteri. Inoltre sono sparsi in tutta la zona diversi lavori di artigianato, arnesi di pietra, ornamenti di pietra e ottone. Anche se non sono state condotte finora ricerche scientifiche dettagliate, basandosi sullo studio dei materiali ritrovati in superficie e sui reperti scritti in lingua Sabea, si ritiene che Keskese si sia sviluppata verso il IX secolo prima di Cristo.

ADULIS – La “Pompei d’Africa”

A 59 km a sud di Massaua, nel Golfi di Zula, vicino al villaggio di Foro, si trovano le antiche rovine di Adulis. L’antico porto axumita ha 4000 anni di età. Giace in gran parte sepolto ma fu uno dei luoghi più grandiosi dell’antichità africana. Nel testo greco-alessandrino del 100 d.C. “Periplo del Mar Rosso” già si trova citato il nome di Adulis, insieme a quello di Axum, da cui Adulis dista solo cinque giorni di cammino, e di Koloe, che mostra uno dei più estesi panorami verso l’Assaorta e verso l’interno. Un tempo annoverato tra i più grandi porti del mondo antico, Adulis fu sede di grandi ed eleganti edifici e di un vivace porto internazionale. Abitato almeno dal VI secolo a.C., il sito è il più antico dell’Eritrea. Vi arrivarono gli Egizi nel 2400 a.C. in cerca di spezie e di prodotti esotici, in quella che loro chiamavano Terra di Punt. Il suo periodo di massimo splendore arrivò durante il 3° e 4° secolo d.C., per poi andare in declino, prima di una breve rinascita nel 7° secolo. La città riforniva tutte le città principali: Kohaito, Metera e Keskese.

Le rovine di Adulis sono, e sono state, continuamente minacciate dai rovesci d’acqua che scivolano lungo i fianchi del vulcano Ghedem durante la breve stagione delle piogge, e dal soffiare del Khamsin. Era così anche al tempo del fiorire del porto, che quindi dovette cedere il suo ruolo a Massawa.

La spedizione di Lord Napier, organizzata per liberare gli ostaggi prigionieri dell’imperatore Tewodros, era stata la prima, nel 1868, a scavare Adulis con intenti archeologici. Poi vi scavarono i missionari svedesi nel 1906, ma fu l’italiano Paribeni a compiervi i primi scavi sistematici, nel 1907. I ritrovamenti allora furono cospicui e testimoniarono la ricchezza della città antica. Tombe, un palazzo, una chiesa cristiana dell’VIII secolo, un tempio precedente per il culto del sole. Vi sono stati ritrovati anche frammenti di terracotta romana, egiziana e greca, monete, vetri.

Gli scavi di Adulis stanno rivelando ogni anno sempre maggiori informazioni su questa straordinaria città del Corno d’Africa, sepolta forse a causa di una gigantesca inondazione seguita da un terremoto. Questa ipotesi è suggerita dagli oggetti rinvenuti interi negli strati del terreno e dai tesoretti di monete occultati in vasi di terracotta, abbandonati in fretta dagli abitanti per sfuggire alla catastrofe, come avvenne per Pompei di fronte all’avanzata dei lapilli e delle ceneri dell’eruzione vesuviana. Gli scavi stratigrafici, attualmente circoscritti alle fasi più recenti del sito hanno portato alla scoperta in questa “Pompei africana” di testimonianze paleocristiane, rappresentate da tre basiliche risalenti al V-VI secolo, le più antiche del Corno d’Africa

BARENTÙ

Barentù, con i suoi circa 30.000 abitanti, è la terza città più grande dell’Eritrea, dopo Asmara e Keren. Si trova nell’entroterra, nella vasta pianura desertica tra i fiumi Gash e Barka, ed è il capoluogo della regione di Gash-Barka. Essendo una città mercato Barentu attrae molte persone dalle zone circostanti e c’è un colorato mix di culture tribali. La regione è etnicamente molto diversa: sono presenti otto dei nove gruppi etnici eritrei: Cunama, Nara, Hidareb, Tigre, Tigrigna, Bilen, Saho e Rashaida. In origine il territorio apparteneva ai Cunama, Nara, Hidareb e Tigré. Il capo del popolo Nara, Shekaray Agaba, fu il primo a costruire la città “Umba Arenku” che significa acqua bianca, poi chiamata Barentù. Attualmente la città è abitata da diverse tribù: Kunama, Nara, Tigre e Tigrigna. Il clima è piuttosto semidesertico: caldo d’estate e freddo d’inverno. Il suo clima è favorevole a diversi tipi di colture, frutta, verdura e una grande varietà di animali prospera nella regione.

La città si è espansa rapidamente nell’ultimo decennio e oggi Barentù è una delle città in più rapida crescita del paese. Fungendo da snodo per le aree agricole circostanti, e da centro di scambi e scambi di merci grazie alla sua posizione al centro della regione di Gash Barka, Barentù riveste una notevole importanza nel Paese.

ADI-QUALA e DA’ARO KHONAT

Il significativo manufatto architettonico è stato eretto nell’ottobre 1939 per ricordare la sanguinosa battaglia di Adua del 1° marzo 1896.

La battaglia di Adua o Abba Garima, momento culminante e decisivo della guerra di Abissinia, ebbe luogo tra le forze italiane, comandate dal tenente generale Oreste Baratieri, e l’esercito abissino del negus Menelik II. Gli italiani subirono una pesante sconfitta, che arrestò per molti anni le loro ambizioni coloniali sul corno d’Africa. La guerra era iniziata nel dicembre del 1895, quando le truppe etiopiche avevano attaccato gli sparpagliati presidi italiani nella regione di Tigrè, occupata nell’aprile precedente; gli italiani erano stati colti di sorpresa, ed erano incappati subito in una sconfitta nella battaglia dell’Amba Alagi il 7 dicembre. A questa sconfitta si aggiunse poi il 22 gennaio 1896 la resa del presidio di Macallè, che aveva resistito ad un assedio durato due mesi. Le forze italiane al comando del generale Oreste Baratieri, ora rinforzate da truppe fresche giunte dall’Italia, si ammassarono nella zona tra Adigrat ed Edagà Amus, ma l’esercito di Menelik aggirò lo schieramento nemico e si diresse nella zona di Adua, trovandosi così in un’ottima posizione per tentare l’invasione della colonia italiana dell’Eritrea. Le nostre unità, nonostante l’epico comportamento, furono costrette al ripiegamento lasciando sul terreno 6.345 caduti, di cui 2.000 indigeni e 1.846 prigionieri. Ancora oggi, sotto un alto obelisco in granito, una grande cripta custodisce i gloriosi resti mortali di 3.025 soldati italiani e 618 indigeni.

CUNAMA

I Cunama, chiamati anche Baza, sono ritenuti i più antichi abitanti, sin dall’epoca preistorica, dell’Eritrea. Di origine nilotica, erano chiamati dagli antichi egizi col nome di “mennut”. Werner Munzinger ne aveva contati, a metà ottocento, 200.000. Gli italiani, nel 1905, ne contarono invece soltanto 12.000. Oggi sono complessivamente circa 140 mila individui di cui 110 mila in Eritrea (costituiscono circa il 2% della popolazione), circa 20 mila in Sudan e altri 5 mila in Etiopia. In Eritrea essi occupano, dedicandosi soprattutto a pastorizia e agricoltura (hanno abbandonato quasi totalmente la caccia), i bassopiani sud-occidentali al confine con il Sudan, tra i fiumi Gash e Setit. Parlano una lingua nilotica, il cunama che solo nel XIX secolo è stata resa scritta grazie al lavoro dei missionari svedesi che nel 1873 produssero la prima grammatica di questa lingua. La lingua cunama, fortemente influenzata dai linguaggi di altro ceppo vicini, ha fatto porre seri quesiti sulla sua classificazione agli etnolinguisti.

Da un punto di vista religioso tradizionalmente i Cunama credono in un unico dio, chiamato Anna, creatore del cielo e della terra, che si disinteressa quasi totalmente della sorta degli uomini. Le tradizioni lentamente stanno lasciando il posto all’islam e al cristianesimo. I Cunama non hanno mai avuto templi né sacerdoti, poche le cerimonie religiose. La loro tradizione culturale è antichissima, legata alla memoria della storia e all’esperienza dell’agricoltura. Sono abilissimi danzatori. La danza è un modo per rievocare e custodire la loro storia.

Dal punto di vista etnologico, i Cunama sono suddivisi da sempre in quattro tribù, o famiglie, e pur vivendo frammisti, conservano i simboli che li distinguono. Gli Scia hanno come simbolo il rinoceronte, e i loro tucul terminano in alto con due punte di paglia che rappresentano i due corni del rinoceronte. I Gumma hanno per simbolo l’elefante e la cima del loro tucul è a punta ricurva, come una proboscide. I Carca hanno per simbolo la luna e sui loro tucul sta una punta diritta che la indica. I Semma si riconoscono nel bufalo e i loro tucul sono adornati di due punte ricurve come le corna del bufalo. Le stesse simbologie ricorrono nelle acconciature dei bambini.

RITO DEL CAFFE’ IN ERITREA

Per prima cosa si provvede alla torrefazione del caffè verde sui carboni ardenti in un braciere. Segue poi la macinazione dei chicchi con mortaio e pestello di legno e il caffè macinato versato insieme all’acqua nella tradizionale brocca di ceramica dal collo allungato, il “jebena”. Una volta che l’infuso di caffè raggiunge la temperatura di ebollizione viene versato, per quattro o cinque volte, in un altro contenitore di coccio per contenere l’ebollizione e poi viene travasato nuovamente nel jebena. Una volta pronto, il caffè viene servito in fingial, tazzine senza manico, versato dal jebena, brocca di argilla tonda e panciuta alla base con un luogo collo laterale che termina in un beccuccio, e ogni tazza viene servita piena fino all’orlo.

Il caffè viene servito tre volte: il primo giro si chiama ”awel” in tigrino, il secondo “kale’i” e il terzo “bereka” (benedetto). La cerimonia del caffè include anche la combustione di vari aromi come incenso e gomma arabica, oltre alla preparazione di popcorn, detto “mbaba” e simbolo di prosperità e fortuna. Anche il fumo che si sprigiona durante la tostatura del caffè è un simbolo di prosperità ed è avvicinato all’ospite per augurargli un lieto destino. Le donne eritree che preparano con gioia e affetto il caffè, bevanda dell’amicizia e dell’incontro, dedicano a loro stesse il momento domenicale dell’auel, pausa canonica per sorseggiare la tazza di caffè tranquille, dopo la funzione religiosa cui si recano digiune.

E’ un rito che va gustato attimo dopo attimo e che, di solito, dura dai trenta minuti all’ora intera, con una gestualità dal sapore antico e affascinante.

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